GIORGIO BOCCATO AL MASTER SULLA PREVENZIONE E SICUREZZA

GIORGIO BOCCATO AL MASTER SULLA PREVENZIONE E SICUREZZA

UNIVERSITÀ Cà Foscari – VENEZIA

 MASTER: “SCIENZA E TECNICHE DELLA PREVENZIONE E DELLA SICUREZZA”

 Intervento alla Presentazione dell’Edizione Anno Accademico 2018-2019

Giorgio Boccato

 

Buongiorno a tutti.

Due anni fa in questa sede avevamo notato come gli infortuni sul lavoro fossero in diminuzione sia come frequenza sia come gravità. Esprimendo però il timore (sperando di sbagliarci) che il fatto fosse dovuto alla crisi economica in atto che faceva sì che si lavorasse meno: molte aziende sparivano e si licenziava, era alto il ricorso alla Cassa Integrazione, non si faceva più lavoro straordinario. Oggi la ripresa in atto (tra l’altro meno consistente rispetto agli altri Paese europei e agli U.S.A. in particolare) ci dà purtroppo ragione: ogni giorno sentiamo dai media notizie di infortuni anche di notevole gravità. Non è compito mio analizzare entità e cause del fenomeno, vi sono qui persone ben più competenti e informate di me, una osservazione però mi sento di fare: se ne analizziamo le cause vediamo che sono dovute alla non disponibilità immediata di una maschera o di un autorespiratore, di un non dotazione di cinture, di un ponteggio non rispondente alle prescrizioni, di un controllo dell’aria non effettuato in un ambiente confinato e così via. In tutti i casi di non rispetto delle norme di sicurezza.

Conseguenza: nella sensibilizzazione alla sicurezza dobbiamo essere tutti impegnati nel pubblico come nel privato (sappiamo bene quanto elevata sia l’incidenza degli infortuni in ambito casalingo) se vogliamo parafrasare quanto detto anni fa da un noto magistrato (il “Resistere, Resistere, Resistere” di Francesco Saverio Borrelli) potremmo darci l’obiettivo di “INSISTERE, INSISTERE, INSISTERE”.

Una seconda osservazione: quello che ho sempre apprezzato nell’iniziativa del prof. Finotto è il fatto che coinvolge professionalità, esperienze, età differenti.

Nel 1995 abbiamo tutti letto “Essere Digitali” di Nicholas Negroponte che un decennio prima aveva creato il Media Lab presso il Massachusetts Institute of Technology (il MIT di Boston) e lo aveva definito come un organismo nel quale persone con competenze ed esperienze molto diversificate lavoravano assieme per sviluppare nuovi “media”; oggi Joi Ito il nuovo direttore non parla più di competenza “interdisciplinare” ma addirittura “antidisciplinare” e afferma che l’“apertura è condizione di sopravvivenza”. Apertura, perché chi non vede oltre il proprio orticello è destinato a sparire.

Scusate, queste considerazioni mi hanno portato fuori dal “task” che l’amico Gianni mi ha dato: “Parla di qualcosa che ti è capitato nella tua esperienza lavorativa”.

E allora tre brevi storielle (però vere) e che oggi con la Chimica divenuta professione sanitaria riacquistano un significato.

           

La prima:

Anni fa in un ospedale che oggi non esiste più gli amici chirurghi mi interpellano:

Abbiamo fatto un clisma opaco su una paziente anziana, purtroppo aveva un foro nell’intestino e il solfato di bario è uscito, come si può sciogliere?

Non si può.

E tu chimico non sai farlo?

Piano, io chimico lo so fare per trattamento con acido solforico concentrato a caldo, si ottiene il solfato acido di bario più solubile.

Se ve la sentite di fare un trattamento del genere su quella poveretta ….

Inoltre, una volta ottenuta una certa solubilizzazione, si deve tenere presente che lo ione bario è molto tossico e quindi ne verrebbe avvelenata.

Come è ben noto la grande diffusione delle indagini RX si è avuta nella prima guerra mondiale per evidenziare fratture ossee e ritenzione di proiettili, negli anni successivi si passò all’impiego nell’esame dell’apparato digerente, tecnica che causò negli anni ’20 alcuni esiti anche mortali. La cosa risultava inspiegabile sino a che non ci si accorse che il solfato di bario non era sufficientemente puro e conteneva dei sali solubili (probabilmente del cloruro). La sua non tossicità è infatti dovuta alla sua pratica insolubilità  (e quindi al non mettere in circolo ioni bario).

E allora cosa dobbiamo fare?

Ragazzi i chirurghi siete voi, non io, ma penso che non si possa fare altro che una asportazione meccanica (magari con un cucchiaino …)

La seconda:

Un amico medico a fronte di fenomeni di coliche renali dovute con tutta probabilità alla formazione di ossalati mi chiede: tu come chimico non puoi trovare un modo di scioglierli?

Guarda, l’acido ossalico e i suoi sali cristallizzano in forma di aghi che sono molto appuntiti, da cui i dolori, spesso molto forti. Quanto a scioglierli ci dovrei pensare: probabilmente in un solvente non protico (non è una parolaccia, è un solvente che non dà ioni idrogeno in soluzione, i chimici mi capiscono) si potrebbe forse ottenere una precipitazione in forma non cristallina, probabilmente amorfa. Ma il solvente potrebbe essere un clorurato. Te lo sentiresti di mettere un prodotto del genere nei reni di una persona. Io nei miei certamente no ….

La terza:

Sono ricoverato (nel lontano 1967 è il periodo della guerra dei 6 giorni tra arabi e israeliani) per una mononucleosi. Il caso suscita interesse nel corpo medico, dall’aiuto (un compagno di liceo) al primario (oggi si direbbe Direttore di Unità Operativa Complessa ma allora si definiva ancora così) che mi assicura: lei è il terzo caso che vediamo, ma mentre i primi due presentavano anche altri problemi, il suo è “pulito”, ha una mononucleosi e niente altro e quindi è molto interessante. Professore, la capisco, anche io sarei come lei, anche se preferirei che l’avesse un altro. D’altra parte “se le cose stanno così” (se vogliamo citare la bella canzone di Sergio Endrigo) andiamo avanti. Ma non è tanto del mio caso che vi volevo parlare, ma di un altro fatto. Durante il ricovero ritrovo un altro compagno di liceo medico al pronto soccorso e vado a salutarlo. Arriva un ferroviere che si regge a fatica con un colorito verdastro, sostenuto da un collega. Aspettami, fa il mio amico, che lo visito. Esce dall’ambulatorio e mi fa: per me è un avvelenamento da tintura da scarpe non lasciata essiccare e quindi assorbita. Poi puntando il dito: tu, chimico, che cosa c’è in quei prodotti?. Dipende se si tratta di marrone o nero nel primo caso sarebbe il cosiddetto “Bruno di Bismark” o “Vesuvina”, nel secondo la “Nigranilina”. È nero. Ricerca in un volume di tossicologia: questo termine non lo trovo. Senti, io sono un chimico organico (forse) e non un tossicologo, ma siccome in entrambi i casi si tratta di derivati dell’anilina, in particolare la Nigranilina è un policondensato che in funzione del numero crescente delle molecole coinvolte passa dal verde al nero, vedrei sotto la voce anilina. Buona idea, ricerca, esamina i sintomi, li elenca: primo: esiste, secondo: è presente, terzo: anche. Ricovero, in corsia, lavanda gastrica. Il giorno dopo compare sul giornale locale la notizia dell’avvelenamento e si dice che “una tempestiva diagnosi aveva consentito di dichiarare il paziente fuori pericolo”.

Mi consentite due citazioni? Una è storica, l’altra cinematografica.

La prima: nel 1526 le truppe di Carlo V scendono dalla Germania per saccheggiare Roma; le comanda un anziano generale Zorzo Frundsberg che porta appeso alla sella un cappio d’oro col quale intende impiccare il Papa. Vi si oppongono i pontifici comandati dal generale Francesco Maria della Rovere che ha con sé un giovane capitano: è Joanni de Medici che noi conosciamo come Giovanni dalle Bande Nere per essere stato il primo a spostare le sue milizie di notte con cavalli e cavalieri bardati di nero per renderli invisibili. Joanni viene ferito da un proiettile di artiglieria sparato da un falconetto, primitivo cannone ceduto ai tedeschi (contro tutti i patti) dal Duca di Ferrara Alfonso d’Este. L’infezione lo porta alla morte.

La seconda: Joanni è il protagonista del film di Ermanno Olmi “Il mestiere delle armi”  e in fin di vita nella splendida scena col frate confessore dice: “Padre io ho fatto il soldato e il mio è stato il mestiere delle armi, ma ho cercato sempre di farlo con onore, correttezza e onestà: se avessi indossato la sua veste e fatto il suo mestiere mi sarei comportato nello stesso modo”.

Ecco, puoi fare diversi tipi di “mestiere” ma tutto dipende da come li fai.

Io non so se noi abbiamo salvato la vita a quel ferroviere, probabilmente ce l’avrebbe fatta lo stesso, ma senz’altro gli abbiamo evitato conseguenze anche gravi per cui l’aver dato aiuto a una persona che non conosci, che certamente non incontrerai mai più nella tua vita, non solo ma che non sa chi tu sei e cosa hai fatto per lei, ti dà la soddisfazione di aver fatto il tuo “mestiere” con coscienza e serietà.

Punto che ci porterebbe a un discorso sull’etica e sulla deontologia professionale, ma qui vi lascio perché a questo punto Gianni mi butterebbe fuori in campo e avrebbe tutte le buone ragioni per farlo perché, come direbbe Carlo Lucarelli “Questa è un’altra storia”.

Grazie.

Una notizia ulteriore, questa recente, che potrà interessare i medici eventualmente presenti in sala. Nell’alluvione del 1966 a Firenze sono state interessate anche le Cappelle Medicee che richiesero una revisione per la loro conservazione. Negli anni successivi, dal 2012, furono condotte ricerche di paleopatologia sugli scheletri di Joanni de Medici oltre che della moglie Maria Salviati. Si vide come l’amputazione parziale delle gamba destra che il medico ebreo Abraam aveva operato era stata corretta, aveva fermato la cancrena, ma le cure a quel tempo disponibili erano risultate impotenti contro la setticemia che fu la causa della morte[1],[2].

[1] Gino Fornaciari, Pietro Bartolozzi, Carlo Bartolozzi, Barbara Rossi, Ilario Menchi, Andrea Piccioli: “La riesumazione di Giovanni dalle Bande Nere (1498-1526): primi risultati paleopatologici” – Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia, 2013, 143, 157-170

[2] Gino Fornaciari, Pietro Bartolozzi, Carlo Bartolozzi, Barbara Rossi, Ilario Menchi, Andrea Piccioli: “A great enigma of the italian Renaissance: paleopathological study on the death of Giovanni dalla Bande Nere (1498-1526) and historical relevance of a leg amputation” – BMC Muscoskeletal Disorders, 2014, 15, 301-307  

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